C'è stata una settimana in cui le cose sono accadute più velocemente del solito. Tre grandi player hanno messo sul tavolo, in rapida successione, altrettante novità che ne contengono molte altre al loro interno.
OpenAI ha presentato GPT-4o, il modello multimodale alla base di ChatGPT, con nuove app mobile e desktop sorprendenti.
Google ha risposto al proprio evento riversando l'intelligenza artificiale su una quantità di prodotti tale da rendere impossibile persino l'elenco.
Microsoft ha rilasciato i Copilot Plus PC, una nuova generazione di computer con un processore dedicato e funzionalità di AI native nel sistema operativo.
Più che raccontare cosa è successo, informazione già ovunque, vale la pena leggere la direzione che ciascuno di questi gruppi ha impresso alla propria interpretazione dell'AI.
OpenAI: l'AI della consapevolezza
OpenAI sembra muoversi verso la costruzione di un'entità che ci sta a fianco, una sorta di esoscheletro che invochiamo quando vogliamo. Un assistente che guarda ciò che vogliamo gli mostriamo e ascolta ciò che gli chiediamo di ascoltare, su nostra sollecitazione, per potenziare le nostre capacità quando ne abbiamo bisogno.
Quando si dialoga con GPT-4o si sa di parlare con un'intelligenza artificiale: la si interrompe se non ha capito, le si chiede di guardare o ascoltare qualcosa, di produrre informazioni. C'è un rapporto, e soprattutto una consapevolezza di quello che si sta facendo.
Questa consapevolezza è il punto più importante. Sapere che si sta usando un'intelligenza artificiale significa sapere che ciò che dice potrebbe non essere vero, e che bisogna parlarle nel modo corretto per ottenere una risposta utile.
È la stessa consapevolezza che serve per usare un coltello: chi sa che può tagliare lo maneggia con attenzione, chi non lo sa rischia di farsi male.
Google: l'AI della delega
Google racconta un approccio diametralmente opposto. L'intelligenza artificiale si inserisce dentro un intero ecosistema di prodotti e lavora sotto, al di là di noi, anche senza che la invochiamo.
In una delle demo, chi non ricorda la targa della propria auto può chiedere al sistema di trovarla, e questo recupera una foto della targa dalla galleria: significa che ha lavorato prima, archiviando e comprendendo le informazioni, per restituirle al momento del bisogno.
È un'AI che prenota il tavolo, l'hotel, la visita, a cui si delegano ampi spazi della propria vita.
Questo approccio è molto connaturato al modello di business di Google, che si regge sull'uso gratuito dei prodotti e sul valore dei dati che vi confluiscono. Lavorare al di là di noi è qualcosa che l'azienda ha sempre fatto per la pubblicità; oggi lo fa anche per noi.
Ma è anche una grande deresponsabilizzazione: le cose accadono da sole, l'automatismo funziona, e chi lo usa non è più in controllo, diventa un pezzo di informazione che gira insieme alle altre.
Il nodo della Search
Dietro le scelte di Google c'è il gigantesco tema della Search. Già da tempo oltre metà delle ricerche non si traduce in click, perché la risposta la dà direttamente la pagina dei risultati, e la direzione, sull'esempio di strumenti come Perplexity, è quella di fornire l'informazione completa.
Per Google è un problema strutturale. È stata proprio Google, attraverso DeepMind e i paper sui Transformer scritti dai suoi ricercatori, a porre le basi di questa tecnologia, ma l'ha tenuta a lungo nascosta perché mina il modello della Search.
Se fornisco la risposta invece del link, salta il meccanismo per cui qualcuno paga per quel link, ed è anche eticamente delicato dare una risposta perché si è stati pagati per darla.
Da qui l'idea che Google frenerà il più a lungo possibile, facendo solo ciò che il mercato la obbliga a fare, mentre cerca un nuovo modello.
Si è parlato anche di un possibile motore di ricerca di OpenAI, con il dominio search collegato a ChatGPT già esistente.
Se OpenAI uscisse con una ricerca AI, costringerebbe Google a muoversi, ma non è detto che i due modelli si escludano: potrebbero differenziarsi al punto da coesistere. Dipenderà da cosa funzionerà meglio e da cosa decideremo di usare.
L'AI come nuovo oracolo
Cambia soprattutto la percezione. In un workshop un partecipante osservava che, se l'AI risponde con un'informazione potenzialmente sbagliata, qualcuno la prenderà per vera solo perché l'ha detta l'intelligenza artificiale.
È un rischio reale, ma non nuovo: lo stesso è successo con la televisione, la radio, i motori di ricerca e i social, con conseguenze a volte gravi.
Ogni mezzo di comunicazione ha creato questo effetto.
La differenza è l'aspettativa che cambia: l'AI viene percepita come oracolo, e proprio per questo serve la consapevolezza di star usando uno strumento che si può sbagliare.
Microsoft e la grande assente
In questo dualismo tra consapevolezza e delega si muove Microsoft, in questo momento il grande vincitore.
Grazie all'acquisizione di una quota importante di OpenAI e a una posizione privilegiata sugli utili fino al recupero dell'investimento, sfrutta al meglio ciò che lì viene creato, ma con mani libere perché aggiunge del proprio.
La mossa più iconica è stata andare all'attacco di ciò che mancava in quella settimana: Apple.
Microsoft, rinata grazie al cloud, ha rilasciato PC con un chip dedicato all'AI in locale, con nuovi processori, maggiore durata della batteria e Windows Copilot Plus integrato, combattendo nell'arena dell'hardware pensato in simbiosi con il software.
Apple era la grande assente.
Le ipotesi oscillano tra un'azienda rimasta indietro e in affanno e un'azienda che, come ha sempre fatto, attende di essere sicura prima di muoversi. Un paper su un nuovo modello multimodale con benchmark competitivi lascia sperare che sia della partita.
Apple ha una possibilità che gli altri non hanno: un modello di business fatto di hardware e servizi, non di pubblicità, che le consente un approccio diverso.
Negli ultimi anni ha provato a ergersi a paladina della privacy proprio perché può permetterselo, e una traiettoria AI legata a privacy e accessibilità, con il device come strumento per superare le difficoltà delle persone, sarebbe un'innovazione vera, qualcosa per cui si è disposti a pagare.