Le leve del processo di design AI: perché progettare un'applicazione intelligente significa invertire i pesi

Progettare un sito o un'applicazione digitale tradizionale segue da sempre una sequenza riconoscibile: una fase di ricerca e discovery, la definizione dell'architettura, infine la progettazione dell'interazione e dell'interfaccia. Il grosso dello sforzo sta a monte. È una fase di pensiero strutturata che raccoglie il massimo delle informazioni utili e le porta a chi poi deve disegnare e sviluppare. Un rapporto che si può riassumere come 80 prima e 20 dopo: tanto lavoro preliminare, poca rifinitura finale per sistemare i dettagli. Quando si arriva al traguardo di quella che la piramide data, information, knowledge, wisdom chiama saggezza, ciò che esce diventa naturale.

Tutto questo cambia radicalmente quando il cuore dell'applicazione è l'intelligenza artificiale. I pesi si invertono: si passa a 20 prima e 80 dopo. Poco lavoro preliminare e molta progettazione successiva. Non è una scelta stilistica, ma una conseguenza architetturale.

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Dalla pagina bianca all'universo già disponibile

In un progetto classico si parte da una pagina bianca, con tutta la sindrome che comporta: una superficie vuota che deve accogliere puntini da unire per costruire un disegno. In un'applicazione costruita intorno a un modello linguistico, invece, la conoscenza del mondo è già pronta. Non si parte da una materia da trovare e poi plasmare, ma da un ambito di conoscenza totale che va più domesticato che scoperto. Non si sottrae dalla creta per fare la statua: la materia c'è già.

Un esempio concreto rende l'idea. Per creare un assistente che risponda alle domande sulle procedure interne di un'azienda, su come chiedere le ferie o su chi deve svolgere un certo compito, bastano i materiali già esistenti: manuali, mansionari, contratti, linee guida operative, una serie di PDF. Li si mette nel modello con un prompt di cinque righe che gli dice di comportarsi come il responsabile dell'organizzazione e di usare quei documenti per aiutare i dipendenti. Ci si mette lo stesso tempo che serve a dirlo, dieci minuti. E la macchina già risponde. Funziona, ma tra funzionicchia e rilasciabile c'è in mezzo il design.

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La prima leva: il Mental Model

Dopo la meraviglia dei primi minuti arriva la frustrazione di non riuscire a far fare alla macchina esattamente quello che si vuole: la coerenza, la continuità, la risposta giusta. A quel punto comincia un processo invertito. Avendo già chiari obiettivi, task, gain e pain, si comincia a dare informazioni alla macchina perché le faccia proprie, perché capisca quali obiettivi perseguire e quali no, quali sono i suoi limiti e i suoi perimetri.

La prima leva è il Mental Model, una versione sofisticata del prompt che identifica con precisione il ruolo della macchina in quell'applicazione. Si può scrivere a tavolino, ma va testato, perché senza test non si sa se viene recepito correttamente, e va affinato progressivamente. È un processo agile: un Mental Model chiaro e semplice, messo in pratica e migliorato con i feedback dell'uso reale. A volte si scrivono parti in grassetto perché la macchina capisca che sono importanti, come in un'email. Da un Mental Model MVP si arriva a uno efficace solo attraverso uso, testing, correzione e riscrittura. È fondamentale che chi fa questo lavoro comprenda a fondo il contesto, perché sono le sfumature a fare la differenza, e a domanda imprecisa corrisponde risposta imprecisa.

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Il fine tuning: dal modello di tutti al modello nostro

La seconda leva è il fine tuning, legato al reinforcement learning con feedback umano. Consiste nel creare set di conversazioni valide, editate a mano, scegliendo con cura le parole da usare in quel contesto, e utilizzarle per rimodellare il modello. In questo modo non resta più un modello generico, l'LLM di tutti, ma diventa il modello nostro, con una componente piccola ma molto focalizzata e specifica. Quelle conversazioni si individuano conversando, riconoscendo i prototipi che meritano di essere presi in considerazione, raffinandoli a mano. Raggiunto un numero ragionevole, dell'ordine del centinaio o meglio del migliaio, si possono usare per creare un modello specializzato.

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La Knowledge base: le fondamenta semantiche

La terza leva è la Knowledge base, la base di informazioni specifica dell'azienda o del progetto da cui il modello attinge per formulare le risposte. Può essere composta da tipi diversi di asset: documenti non strutturati come PDF e Word, immagini, dati strutturati come database e fogli Excel, fino a siti web di cui si può fare lo scraping. Il valore è la centralizzazione: mettere insieme fonti generate in modi e momenti diversi e restituirle con una voce sola. La scelta di cosa includere e cosa escludere è design puro, perché definisce l'ambito semantico su cui poggia tutta l'applicazione.

Nella pratica le Knowledge base sono spesso incoerenti o lacunose. Trenta documenti su procedure aziendali, scritti da persone diverse in momenti e stili diversi, chiamano la stessa cosa in modi differenti e contengono impliciti. Ai modelli gli impliciti non piacciono: se un'informazione non è scritta, per una ricerca nella base di conoscenza semplicemente non esiste. E poiché le Knowledge base sono ciò che già si possiede, raramente vengono create ad hoc.

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Il database delle regole

Per risolvere incoerenze e lacune senza riscrivere tutto entra in gioco il database delle regole: regole testuali gestibili in autonomia dall'azienda, masticate prima dell'accesso alla Knowledge base per disambiguare e aiutare la macchina a trovare e comprendere meglio le informazioni. Si può dire al modello che due termini rappresentano la stessa cosa o che dietro un certo argomento c'è un implicito da esplicitare. Sono regole locali, legate a pezzetti specifici della base di conoscenza: se qualcosa vale sempre, sta nel Mental Model; se vale solo parlando di un certo oggetto, sta in una regola che si attiva quando compare quella parola. L'esempio è quello di borraccia, bottiglia e termos: termini che nell'azienda indicano la stessa cosa anche se la documentazione li usa in modo intercambiabile.

Queste regole non si possono definire prima, per design. Si scoprono conversando: quando la macchina non risponde bene, si va a capire perché, si trova l'implicito non compreso, si crea la regola che lo supera, si riprova. È un processo successivo per definizione, perché si lavora su tutto ciò che si incontra strada facendo.

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Un processo che non finisce mai

Il rilascio dell'applicazione arriva quando si raggiunge un ottimo locale ragionevole, ma da lì comincia un altro processo: il mantenimento e il continuous learning. Si analizzano le conversazioni reali in produzione, si comprende su cosa vertono e qual è il sentiment, se c'è efficacia o un warning che segnala una risposta mancata. Grazie alla parte di analytics si interviene con nuove regole, nuovo fine tuning o, quando serve, sostituendo o integrando pezzi di Knowledge base. Capita di accanirsi contro un modello che non funziona per scoprire poi che l'informazione non c'era proprio: un ottimo reality check per verificare se i dati siano davvero disponibili.

Il concetto di fondo resta uno: il processo di design dell'AI si inverte. Boots on the field, le mani subito nella materia, e poi tanto design di cesello e affinamento a strumento già funzionante, in un percorso di perfezionamento continuo che, di fatto, non finisce mai.