AI everything: fino a che punto l'intelligenza artificiale sta cambiando davvero il nostro modo di lavorare

L'espressione che riassume meglio questa fase è tanto suggestiva quanto ambigua: AI everything. Suggerisce che l'intelligenza artificiale tocchi ormai qualunque cosa, ma è proprio la parola everything a meritare un'indagine. Perché una cosa è ammettere che l'AI si diffonda in ogni settore, un'altra è capire se possa arrivare fino in fondo in ciascuno di essi, sostituendo per intero il lavoro umano. In questo confronto, che ha coinvolto anche Andrea e Pasquale Borriello dell'agenzia post-digital Arcage, il tema viene affrontato senza facili entusiasmi e senza catastrofismi: guardando alla velocità del fenomeno, al suo impatto sull'industria creativa e alla domanda filosofica che sta sotto tutto, ovvero quanto l'essere umano coincida con il proprio linguaggio.

Everything di settore, di funzione o di profondità?

Per capire quanto l'AI cambi le cose conviene scomporre quel everything in tre dimensioni distinte: la larghezza, la funzione e la profondità. Che i settori toccati dall'intelligenza artificiale si allarghino progressivamente è ormai una certezza; è quasi impossibile immaginare un ambito che resti al riparo. Molto più aperta è invece la questione della profondità, cioè se l'AI possa davvero portare a compimento un'attività fino in fondo, raggiungendo una piena autonomia operativa. È su questo secondo punto che è ragionevole restare cauti: non perché la tecnologia non sia potente, ma perché confondere la capacità di intervenire ovunque con la capacità di sostituire tutto sarebbe un errore di prospettiva.

Vale la pena resistere alla tentazione di dichiarare subito una rivoluzione totale. Molte tecnologie recenti, dal metaverso in giù, sembravano destinate a cambiare ogni cosa e sono state poi ridimensionate dalla realtà dei fatti. L'AI ha caratteristiche diverse, ma la disciplina intellettuale di distinguere ciò che è già evidente da ciò che è ancora da dimostrare resta il modo più serio di affrontare il tema.

La vera novità è la velocità

Se c'è un elemento che distingue nettamente questa ondata dalle precedenti, è la velocità di adozione. Un tempo una piattaforma impiegava anni per raggiungere cento milioni di utenti; strumenti come ChatGPT hanno bruciato quel traguardo in poche settimane, pur essendo prodotti a pagamento e non gratuiti come i social network. A colpire non è solo il ritmo di diffusione, ma anche la difficoltà degli stessi esperti nel misurare quanto queste macchine siano capaci: i test linguistici, matematici e di programmazione vengono superati così rapidamente che diventa arduo persino progettare prove adeguate a valutarne i limiti.

C'è un aspetto ulteriore che rende questa diffusione peculiare. Non è una tecnologia calata dall'alto, che richiede di essere spiegata prima di essere accettata: nasce dal basso, perché il modo in cui può aumentare la produttività quotidiana di una singola persona è immediatamente intuitivo. Nelle aziende l'adozione parte spesso da individui che, con una spesa contenuta, cominciano a sperimentare e inventano nuovi usi. È questo che sta imprimendo un'accelerazione mai vista: al di là degli scenari di lungo periodo, nel breve termine l'AI dimostra di portare un valore immediato e verificabile.

L'industria creativa davanti allo specchio

Per il mondo della comunicazione e delle agenzie creative è un momento di grande lucidità. La definizione di industria creativa nasconde una verità scomoda: la parte puramente creativa è solo una percentuale del lavoro, mentre una quota larga è produttiva. La moltiplicazione dei canali e dei contenuti degli ultimi anni ha spostato il baricentro delle agenzie proprio sulla produzione, che è la componente più esposta nel breve termine. Se un tempo una campagna prevedeva pochi canali, molto pensiero e una produzione intensa ma non frenetica, oggi la pressione produttiva è enorme, ed è precisamente lì che gli strumenti generativi mordono di più.

La lettura più costruttiva è che questa spinta possa riportare la creatività verso la sua origine: meno tempo speso a declinare formati ripetitivi, più spazio per un pensiero ragionato, profondo, strategico e persino provocatorio. La sfida per chi lavora nel settore è rompere la prevedibilità, perché i modelli generativi restituiscono risposte verosimili e probabili per definizione. Restano forse agli esseri umani quei margini di caos intenzionale, di scelta imprevista, di rottura dello schema che una macchina probabilistica fatica a produrre. La speranza è riuscire a riposizionarsi verso ruoli più premianti prima che le competenze produttive più ripetitive vengano erose, tenendo però presente che nuove competenze non si costruiscono dall'oggi al domani.

Siamo più del nostro linguaggio?

Sotto le questioni pratiche pulsa una domanda filosofica che questa tecnologia rende improvvisamente concreta: quanto l'essere umano coincide con il proprio linguaggio? È una discussione antica, che negli anni Venti del Novecento occupava i filosofi del linguaggio, e che oggi torna con una piega inattesa. I grandi modelli linguistici funzionano prevedendo la parola successiva più probabile dato tutto il contesto che li precede; se il pensiero umano fosse riducibile allo stesso meccanismo, lo spazio residuo per una specificità umana si restringerebbe drasticamente. Se invece siamo qualcosa di più del linguaggio, allora quello spazio resta, e con esso il ruolo insostituibile della persona.

La riflessione si allarga alle capacità che consideriamo tipicamente nostre. L'empatia, per esempio, potrebbe rivelarsi un sistema di rinforzo apprendibile, mentre la capacità di porre domande articolate e complesse emerge oggi come una delle competenze più preziose: chi domanda guida la conversazione. Non a caso, chi ha studiato discipline umanistiche e filosofia si ritrova per la prima volta a vedere valorizzata quella formazione. La questione più importante, però, non è esistenziale: è economica. Se ogni organizzazione può disporre di un esercito di assistenti intelligenti capaci di svolgere attività prima affidate a persone, la vera incognita riguarda la struttura economica della società e il modo in cui il valore prodotto verrà redistribuito.

Il lavoro necessario: mediazione culturale e accompagnamento

C'è un compito che, paradossalmente, l'automazione rende più urgente anziché superfluo: la mediazione culturale. Il mondo del business, la società e le persone non sono affatto pronti non solo a usare questi strumenti, ma nemmeno a comprendere cosa siano. Si crea così un divario di preparazione tra la tecnologia disponibile e la capacità collettiva di afferrarla, e colmare quel divario è una parte sostanziale del lavoro di chi opera nella comunicazione. Non basta padroneggiare gli strumenti: occorre far capire il valore di certe scelte a interlocutori che spesso non ne hanno la più pallida idea, e questa è una funzione destinata a durare a lungo.

Chi entra in contatto con l'AI attraversa quasi sempre un percorso che ricorda le fasi del lutto: rifiuto, resistenza, e infine accettazione. È successo alle comunità artistiche, che all'inizio hanno gridato alla morte dell'arte con le stesse parole usate contro la fotografia nell'Ottocento, salvo poi vedere molti artisti sperimentare con grande creatività. Il ruolo di chi accompagna questa transizione è accelerare la fase di rifiuto, aiutare a superarla senza traumi eccessivi e portare le persone a una condizione più serena, in cui riescano a trarne il massimo. Perché il pensiero istintivo che tutto sia finito lascia il posto a una constatazione più utile: finché nulla è davvero finito, nel frattempo ci sono cose concrete da fare.

Un viaggio senza punti fermi

La conclusione più onesta è che su questo tema non esistano ancora punti fermi. L'AI è probabilmente più impattante di qualunque tecnologia precedente, ma proprio la sua capacità di auto-migliorarsi e, in prospettiva, di riprogrammarsi la distingue da strumenti che restano inerti una volta creati. È una differenza che alimenta tanto il fascino quanto una legittima prudenza, e che rende impossibile chiudere il discorso con certezze rassicuranti.

Ciò che possiamo fare, nel nostro perimetro, è comprendere questi strumenti, provarli e introdurli dove generano più valore di quanto consumino. La regola operativa resta semplice: quando qualcosa costa meno, è più veloce e produce risultati migliori, non c'è ragione per continuare come prima. La domanda da portarsi a casa non riguarda tanto la fine della specie umana o del lavoro creativo, quanto il modo in cui accompagniamo persone e organizzazioni attraverso un cambiamento che è già in corso, restando lucidi tanto sulle opportunità quanto sui rischi.