Architecta Summit 2026: il design al centro, tra identità, valore e AI

Cosa significa essere designer oggi? E soprattutto: cosa significherà esserlo domani, quando strumenti, competenze e processi che fino a poco tempo fa richiedevano esperienza, tempo e specializzazione diventano sempre più accessibili?

Sono alcune delle domande che attraverseranno Architecta Summit 2026, il XX Summit Italiano di Architettura dell’Informazione, in programma il 23 e 24 ottobre a Torino. Due giornate di workshop, talk e confronto dedicate quest’anno a un tema molto preciso: “Designer al centro”.

Anche noi saremo al Summit con Nicola Bonora, Digital & UX Strategist di Websolute, che sabato 24 ottobre porterà sul palco il talk “Designer al centro commerciale”. Un titolo volutamente provocatorio per ragionare sul valore della competenza nell’epoca dell’intelligenza artificiale e su come potrebbe cambiare il ruolo di chi progetta.

Architecta: una comunità che ragiona sul design

Architecta è la Società Italiana di Architettura dell’Informazione, un’associazione non profit che dal 2009 promuove in Italia la cultura dell’Information Architecture, dello UX design e dello Human-Centered Design.

È soprattutto una comunità di persone che lavorano sulla progettazione di prodotti, servizi ed ecosistemi informativi e che condividono un principio: progettare significa mettere in relazione persone e informazioni, dando senso alla complessità. Il Summit rappresenta da anni il principale momento di incontro della community, organizzato ogni volta in una diversa città italiana per creare occasioni di confronto, formazione e contaminazione tra discipline.

Nel 2026 questo confronto arriva alla sua ventesima edizione e sceglie di rivolgere lo sguardo direttamente verso chi progetta.

Designer al centro

Il titolo dell’edizione 2026 è già una dichiarazione d’intenti.

Designer al centro significa interrogarsi non soltanto sugli strumenti o sulle metodologie del design, ma sull’identità professionale di chi li utilizza: quali competenze continueranno a essere rilevanti, quali dovremo sviluppare, cosa cambierà nel rapporto tra tecnologia e progettazione e, soprattutto, dove risiederà il valore del nostro lavoro.

Il programma riflette questa impostazione. La prima giornata, venerdì 23 ottobre, sarà dedicata a cinque workshop che lavoreranno su talenti, identità, scenari futuri, principi professionali e competenze.

Sabato 24 saranno invece sette i talk in programma, con interventi dedicati al nuovo mandato dei designer, alle pratiche progettuali in contesti incerti, al rapporto tra AI e identità professionale e, più in generale, a come affrontare il cambiamento senza ridurre il design a una semplice sequenza di processi e strumenti.

Quando la competenza diventa una commodity

​L’intelligenza artificiale generativa sta rendendo accessibili attività che fino a pochi anni fa richiedevano conoscenze specialistiche, esperienza e tempo. Si generano testi, immagini, interfacce, ricerche, sintesi, prototipi e ipotesi progettuali in pochi minuti.

Ma se produrre diventa progressivamente più semplice, che cosa determina il valore del lavoro di un designer?

È da questa domanda che parte “Designer al centro commerciale”, il talk che Nicola Bonora terrà sabato 24 ottobre alle 11:20.

La provocazione è esplicita: se la competenza diventa sempre più facilmente disponibile, rischieremo di trattarla come qualsiasi altra commodity? Professionisti e conoscenze diventeranno intercambiabili, confrontabili e acquistabili come prodotti esposti sullo stesso scaffale?

Non è una riflessione sull’AI in quanto tecnologia. È piuttosto una riflessione su ciò che accade al design quando cambia drasticamente il costo dell’accesso alla conoscenza e della produzione.

Se tutti possono produrre, progettare diventa ancora più importante

La capacità di utilizzare uno strumento non coincide con la capacità di capire quale problema abbia senso affrontare.

È una distinzione che diventa ancora più importante quando gli strumenti generativi abbassano la soglia tecnica necessaria per produrre un output. Possiamo generare più alternative, più rapidamente. Possiamo esplorare direzioni che prima sarebbero state troppo costose. Possiamo automatizzare porzioni crescenti del processo.

Ma la quantità di output non sostituisce la capacità di formulare le domande giuste, scegliere, interpretare, attribuire priorità e costruire senso.

È un tema su cui Nicola Bonora aveva già iniziato a ragionare al We Make Future 2026, partendo dal progetto del nuovo ecosistema web di AISM. In quell’occasione il focus era sul processo: capire dove l’AI può amplificare il lavoro di discovery, organizzazione dei contenuti e progettazione e dove, invece, il giudizio umano continua a fare la differenza.

Nell’articolo “Discovery, architettura, contenuto. Progettare un ecosistema web insieme alla AI.” avevamo raccontato proprio questo approccio: usare l’intelligenza artificiale non per sostituire il processo progettuale, ma per rendere più veloce e più profonda la capacità di leggere informazioni, relazioni e bisogni.

Ad Architecta il ragionamento si sposta un passo più avanti: se l’AI riduce progressivamente la distanza tra ciò che sappiamo immaginare e ciò che possiamo realizzare, dove si sposta il valore del designer?

Una parte della risposta potrebbe trovarsi proprio in ciò che è più difficile standardizzare: capacità critica, sensibilità, contesto, esperienza, giudizio e quella combinazione personale di conoscenze e riferimenti che porta due professionisti, davanti allo stesso problema e agli stessi strumenti, a progettare due cose profondamente diverse.

L’AI entra quindi nei processi del design non soltanto come acceleratore, ma come elemento che ci costringe a rimettere in discussione dove si trovi davvero il valore della progettazione.

Nuovi strumenti, ma soprattutto nuove domande

Nicola Bonora lavora da anni tra architettura dell’informazione, content design, strategia digitale e UX e, più recentemente, sulla progettazione e sull’allenamento di applicazioni di AI generativa e sull’impatto che queste tecnologie hanno sui processi di design.

Il suo intervento ad Architecta nasce proprio da questo punto di osservazione: non cercare una risposta definitiva su quello che sarà il mestiere del designer, ma costruire un cantiere di principi, virtù, metriche e regole da mettere continuamente alla prova.

Perché forse il punto non è difendere il modo in cui abbiamo sempre lavorato dall’arrivo dell’intelligenza artificiale. E nemmeno delegare agli strumenti tutto ciò che possono fare.

Il punto è capire quali parti del nostro lavoro vogliamo continuare a considerare importanti, dove vogliamo investire tempo e fatica e quale forma vogliamo dare alla nostra professionalità quando molte delle attività che oggi la definiscono saranno diventate più semplici, più veloci o completamente automatizzabili.